Danny Krivit on vinyl

Danny Krivit è uno dei “veterani” della scena disco-underground Newyorchese, attivo sin dal 1969 come DJ e soprattutto come collezionista di dischi. Grande amico di Larry Levan e Francois Kevorkian, Danny ha percorso la storia della club culture per quattro decenni e ancora oggi cavalca l’onda sia con gli appuntamenti Body & Soul insieme a Francois Kevorkian e Joe Claussell che con gli appuntamenti, tutti suoi, di 718 Sessions.

 

Danny Krivt ha recentemente pubblicato un testo, celebrativo del disco in vinile, che possiamo veramente considerare “storico” e in cui molti di noi ci si ritroveranno perfettamente:

<< Recentemente, qualcuno mi ha chiesto di scrivere riguardo ad un disco in vinile legato ad un’esperienza personale; ho scritto questo e ho pensato di condividerlo con voi.
Amo il vinile, ma quella che amo di più è la musica. Dopo aver suonato così tanti anni posso dire che, innumerevoli volte, ascoltare un bel disco mi fa ancora venire la pelle d’oca.
Non posso onestamente dire che questo mi sia mai successo da una fonte digitale. Alle persone che non l’hanno mai sperimentato è qualcosa che non posso spiegare a parole. Comprendo la praticità e il progresso del formato digitale ma per me non è affatto uguale al vinile. E’ difficile immaginare che l’attuale mercato del vinile sia molto meno dell’1% di quello che era una volta; ma intorno al vinile non c’era solo un mercato e un’industria musicale, c’era anche uno stile di vita, una comunità musicale, l’importanza della musica nella vita di tutti. Se dovessi perdere la collezione di dischi, è qualcosa per cui piangerei davvero … anche se uno non è il tipo che piange. D’altra parte, se perdi il tuo iPod, possibilmente pieno delle canzoni che avevi in tutta la tua collezione di vinili, puoi comprarti un nuovo iPod, nessuna grande perdita. Dischi in vinile, qualcosa di concreto che puoi vedere e toccare, non è una cosa da poco, ci tieni a loro. Quando un disco ti piaceva, ne guardavi con attenzione la grande copertina, come se ci trovassi qualcosa di profondo e così funzionava anche per l’artista. Quindi, come puoi capire, la mia storia è un po’ più di una semplice connessione ad un solo disco, ho tante storie e ne voglio raccontare una. Al momento ho circa 80.000 dischi e anche se amo il vinile sono per me davvero troppi da gestire. Un buon esempio di ciò che dico è che spesso compro un disco che so di avere solo perché non ho la pazienza di cercarlo in mezzo alla grande moltitudine. Sono stato un collezionista di dischi dalla metà degli anni ’60 e nel giro di pochi anni ho messo insieme una collezione decente. All’inizio pensavo che un giorno avrei avuto tutto e che, alla fine, avrei trovato tutti i dischi che cercavo. Molto presto ho capito che più conosci e più scopri non di non conoscere. Tutti avevano una collezione di dischi, magari non avevano la TV ma avevano una collezione di dischi; i miei genitori ne avevano una e così anche i miei nonni. Cresciuto nel Greenwich Village, dove i negozi di dischi erano ovunque, ci passavo sempre senza mai perderne l’occasione. Le copertine dei dischi mi attiravano dentro al negozio. Ho comprato un sacco di dischi d’impulso, solo perché la copertina mi catturava, a sorpresa; raramente sono rimasto deluso. Nel 1973 uno dei miei negozi di dischi preferiti era Dayton’s in 8th Street, Greenwich Village, proprio di fronte allo studio di registrazione del disco di Jimi Hendrix Electric Ladyland. Era uno dei pochi posti in cui si poteva ascoltare il disco prima di acquistarlo, quindi era molto frequentato dai DJ.
Non conoscevo molti DJ personalmente ma sapevo benissimo che musica proponevano; uno di questi era Tony Smith. Dayton era specializzato nella musica jazz, la musica da discoteca era più che altro collaterale ma stava diventando molto popolare. Spesso di un disco ne avevano soltanto una copia. Ciò significava che quando lo suonavano dovevi essere il primo a dire che lo volevi. Questa cosa generava molta tensione, era come partecipare ad un’asta. Appena partiva un disco, dopo sole 3 battute, qualcuno avrebbe detto “lo prendo”; anche io facevo così. Poi si è addirittura scesi a 2 battute; come fai a sapere veramente se vuoi un disco dopo 2 o 3 battute?

Un giorno il negozio aveva una copia di Yellow Sunshine, artista e titolo sono gli stessi, in seguito noti come Instant Funk. Appena suonano il disco ho un sussulto! Tony Smith dice subito “I want that” e poi hanno lasciato che il disco venisse suonato fino alla fine. Instant Funk, Dexter Wansel, Gamble & Huff, era il mio genere preferito… ma avevo perso quel disco! Ogni settimana tornavo in negozio a chiedere se lo avessero riavuto… non è mai più successo. Sono andato in tutti i negozi di dischi ma non riuscivo più a trovarlo. Ne trovai una versione più corta su un 7″ (il 45 giri) ma mancava metà del break. Sono riuscito a ritrovarlo sono alla fine degli anni ’80 e da quella volta mi è capitato di rivederlo spesso.

Dopo quell’episodio sono diventato molto amico di Tony Smith. Non dico che Yellow sunshine sia il mio disco preferito ma il fatto di non averlo beccato subito mi spinse a comportarmi come un collezionista drogato di vinile. Quella caccia al Dayton con Tony Smith me la ricorderò per sempre, era l’epoca d’oro per la produzione della musica da discoteca>>.