Forever, Michael

Gabriele Antonucci, giornalista e critico musicale, amico di Disco Diva, ha recentemente pubblicato per Hoepli editore il suo secondo libro, Michael Jackson – La musica, il messaggio, l’eredità artistica. 

Il primo libro di Gabriele Antonucci, Aretha Franklin – La regina del Soul, è stato pubblicato nel 2016 dall’editore Vololibero, collana Soul Books diretta da Alberto Castelli. E’ stata una bella responsabilità. Innanzitutto perché a Gabriele è toccato “rompere il ghiaccio” con il primo volumetto di una collana dedicata ai più grandi artisti della musica black tra cui Nina Simone, Ray Charles, Otis Redding e Marvin Gaye. Poi Gabriele ha esordito occupandosi di una delle più grandi artiste di sempre, scrivendo la prima e unica biografia italiana sulla leggendaria cantante americana.

L’autore si è preso, anche questa volta, una bella responsabilità occupandosi di una altro grandissimo artista, Michael Jackson.

Dopo la prefazione di Ezio Guaitamacchi, direttore della collana La Storia del Rock – I protagonisti, Gabriele Antonucci racconta la storia professionale ed umana di Michael Jackson partendo dall’inizio. L’infanzia difficile, i fratelli Jackson 5, la svolta di Off the Wall, il “million seller” Thriller fino ad arrivare agli ultimi giorni di Jackson che ricordiamo è scomparso il 25 giugno 2009. Nel libro si evidenzia anche cosa il Re del Pop ci ha lasciato. Gabriele Antonucci di Michael ci racconta le importanti relazioni, le storie e alcuni aneddoti esclusivi, oltre ad analizzare la discografia sia da solista che con i Jackson 5.

Di tutto questo ne abbiamo parlato direttamente con Gabriele Antonucci.

Dopo La Regina del Soul arriva Il Re del Pop. Perchè hai scelto di raccontare la vita di Michel Jackson nel tuo secondo libro?

“Era un sogno che coltivavo da tempo, perché Michael Jackson è sempre stato uno dei miei idoli musicali, fin da quando sono rimasto folgorato dall’ascolto della cassetta di “Bad” nel 1987. In cinque anni di intensa collaborazione con Panorama.it ho avuto alcune della maggiori soddisfazioni professionali (non soltanto in termini di visualizzazioni) proprio dai numerosi articoli scritti sul compianto Re del Pop, definizione forse un po’ riduttiva e semplicistica, vista l’enorme influenza che il cantante ha avuto e che ha tuttora anche in altri generi musicali, oltre che nel modo di concepire i video e gli show. Per questo è stata naturale, nell’anniversario dei 10 anni dalla morte, l’idea di rendere omaggio a un artista tanto famoso quanto frainteso, grazie soprattutto a Ezio Guaitamacchi, che ha creduto fin dall’inizio nel mio progetto. Esistevano già tanti libri su MJ, ma due aspetti che secondo me erano poco approfonditi da altri libri, spesso troppo prolissi e “impegnativi” in termini di pagine, erano proprio quelli musicali e quelli del messaggio insito nella sua musica (pensa all’attualità, nel 2018, di “Black or white” o di “Earth Song”), in luogo di una narrazione troppo spesso legata agli aspetti scandalistici, processuali e di gossip. Spero di essere riuscito nel mio intento”.

Forever, Michael (Motown 1975) è il quarto album da solista di Michael Jackson

Michael Jackson solista oppure Michael Jackson lead singer dei Jacksons. Uno dei due è quello autentico oppure entrambi?

“Secondo me entrambi, anche perché l’uno è la diretta conseguenza dell’altro. Mi spiego meglio. Senza i primi tre album (secondo me strepitosi) dei Jacksons, non avremmo avuto un caposaldo della black music e della disco come “Off The wall” del 1979 che, tra l’altro, è il mio album preferito di Jackson. Lui era un frequentatore assiduo dello Studio 54, dove ha festeggiato i suoi 21 anni e dove ha “assorbito” la magia di quella musica, che ha fatto e che ancora oggi fa ballare il mondo intero. “Le persone che venivano allo Studio 54 sembravano dei personaggi ed era proprio come andare a teatro”, ha dichiarato il cantante. “Credo che sia questa la ragione psicologica della mania per la disco: puoi essere ciò che sogni di essere. Le luci e la musica ti fanno impazzire e ti ritrovi in un altro mondo”. Sono contento di aver dedicato nel libro molto spazio agli album dei Jacksons, secondo me di gran lunga più interessanti, dal punto di vista musicali, rispetto a quelli dei Jackson 5, più acerbi e pop”.

I Want You Back (Motown 1969) è il primo singolo dei Jackson 5 ad entrare nella Hot 100 USA e raggiungere la posizione numero 1 (fonte: Billboard)

Quanto ha contribuito Michael Jackson al successo della disco music e della dance in genere?

“Credo molto, portando la disco a un livello stellare: pensiamo a Don’t Stop ‘Til You Get Enough, Rock with you, Working Day and Night e Get on the Floor, gemme disco-funk con le quali è impossibile rimanere fermi, in grado di rivitalizzare ancora oggi qualsiasi festa. Per quanto riguarda la dance in senso più generale, basti pensare che i suoi memorabili passi, dal moonwalk al circle glide, dal sidewalk all’antigravity, dall’airwalk al robot, vengono oggi insegnati nelle scuole di danza moderna e influenzano, con la loro grazia, perfino la danza classica, come ha confermato l’étoile Roberto Bolle, suo grande ammiratore. Insomma, c’è un prima e un dopo Michael Jackson, sia nella storia del ballo che della musica da ballo”.

Se non ci fosse stato il produttore Quincy Jones, tutto sarebbe accaduto lo stesso?

“Credo proprio dì, anche se è innegabile il grande contributo portato da “Q.” nei primi tre album solisti di Michael, in particolare negli strepitosi arrangiamenti, nella qualità dei musicisti coinvolti e nella bravura a esaltare tutte le sfumature vocali del cantante. Quando si conobbero, durante le riprese di “The Wiz”, Jackson aveva già dimostrato di avere grandissimi doti non solo come interprete, ma anche come compositore e produttore (pensiamo all’abum “Destiny”con i Jacksons). Negli anni Novanta il Re del Pop ha inciso più canzoni, pubblicato più album e girato più video che negli anni Ottanta, smentendo il luogo comune del suo declino artistico dopo la fine della collaborazione con Quincy Jones. Dangeorus, HIStory e Blood On The Dancefloor non hanno più la melodiosa immediatezza dei suoi lavori precedenti, ma sono, per certi versi, le sue opere più interessanti per il sound avanguardistico e per i testi carichi di rabbia, di inquietudine e di protesta sociale. Pensiamo, inoltre, che a Quincy Jones non piaceva affatto Billie Jean e che considerava troppo lunga la sua introduzione. Insomma, Jones, che io considero uno dei migliori compositori e arrangiatori di sempre, è stato un eccellente “allenatore”, ma Michael sarebbe stato comunque un fuoriclasse, probabilmente anche senza di lui”.

Gli aneddoti raccontati nel libro sono poco conosciuti. Come hai fatto?

“Oltre alla passione per Jackson, che coltivo da una trentina d’anni, c’è stato un grande lavoro di ricerca, attraverso i migliori libri, articoli e documentari che sono stati pubblicati negli anni su di lui. Ho letto migliaia di pagine e visto ore e ore di filmati, in relativamente poco tempo: una vera e propria full immersion! Una delle cose più difficili del libro è stata quella di cercare di fornire tante informazioni in relativamente poche pagine (circa 170), in modo che il libro non avesse la “pesantezza” di certi volumi di 500-700 pagine, poco adatti alla bassa soglia di attenzione che abbiamo oggi, e che fosse facilmente fruibile da tutti”.

Che progetti ha nel cassetto Gabriele Antonucci?

“Spero di continuare a vivere di musica, coniugando il lavoro con la mia passione più grande, e di scrivere altri libri su grandi artisti, sperando che anche un pubblico più giovane e “pop” si avvicini a questi giganti della black music. Non c’è soddisfazione più grande, per me, di ricevere complimenti da persone che hanno apprezzato i miei articoli o i miei libri, soprattutto quando mi dicono che hanno scoperto aspetti che non conoscevano affatto di un determinato artista. Mi piace la divulgazione e spero di riuscire a trasmettere la curiosità di ascoltare musica di qualità, sia di ieri che di oggi”.

Gabriele Antonucci scrive su panorama.it, ha intervistato e recensito, in quindici anni di giornalismo, i più importanti artisti italiani e internazionali. E’ un grande esperto di black music, di pop di qualità, di jazz e di bossa nova.