Le notti pesaresi – Aldo Ballerini DJ

di Max De Giovanni

Una chiacchierata con un vecchio amico: storico DJ pesarese, ha suonato tra gli altri  allo Stork di Pesaro poi diventato Why Not, e al Cioccolato di Gabicce Mare.

DJ con  studi di ingegneria alle spalle, una passione sfrenata per le moto, giornalista e direttore di riviste specializzate.

Aldo Ballerini – Pesaro, nato nel 1957

La mia storia con la discoteca risale a più di 40 anni fa e grazie alla Baia degli Angeli di Gabicce Mare (io sono di Pesaro, pochi minuti di macchina) ho vissuto un periodo fortunato: il passaggio dalle discoteche nostrane, quelle dei lenti e della musica senza mixaggio, al super-mitico locale con dischi straordinari, deejay americani, idee e innovazioni che all’epoca avevano dell’incredibile. 

Aldo Ballerini in consolle allo Stork

A cominciare dalla location: i nostri “locali da ballo” erano per lo più balere o scantinati riadattati; la Baia era una splendida villa tutta bianca con un giardino immenso, la piscina e “dodici Marylin per te e i tuoi amici su un mare in burrasca”, così citava un invito dell’epoca (estate 1976). Le Marylin erano quelle di di Andy Warhol, la Baia era avanti una trentina d’anni in tutto.

La musica arrivava direttamente dagli USA, in Italia quei dischi non c’erano, la portavano Bob e Tom, nelle serate niente lenti (che da noi piacevano: balli?) e mixaggi che all’epoca ci parevano fantascientifici. Bob era fissato con Candy Staton , Young Hearts Run Free; poi c’erano gli O’Jays, I love music, i Tavares, Heaven must be missing an angel; i Trammps, Disco inferno. Io impazzivo per Donna Summer, Love to love you baby, The Ritchie Family, la mitica Brazil, orchestre e violini che facevano sognare: mi mettevo sotto le casse con la musica a palla un gin tonic in mano e via, la mia droga era quella. 

Aldo Ballerini in consolle al Cioccolato

Una sera sono salito in cabina, c’era Bob e così ho visto come lavorava: un pannolencio tagliato con le forbici al posto del posadisco di gomma dei Thorens (braccio SME, puntina Stanton) e via a mixare con due tecniche mai viste. Prendeva il panno sul bordo e al momento giusto lanciava il disco in perfetta sincronia con il taglio, oppure lo faceva partire e poi, girando con il dito sull’etichetta e regolando la velocità  con la rotellina, lo sincronizzava con quello che stava suonando e poi mixava le due canzoni fino allo stacco. Bob preferiva il primo metodo, mix netto; Tom (noi dicevamo che era più tecnico), usava mixaggi più lunghi, che allora ci parevano degli arrangiamenti. 

Ora risentiamo quei nastri e non ci pare nulla di straordinario, allora per noi questa musica era magica, e impazzivamo a trovare le canzoni; ricordo che The wind of change, che avevo in una cassetta straordinaria, l’ho beccata per caso dopo anni di ricerca; i Bee Gees, e chi se lo immaginava? 

All’epoca lavoravo a Pesaro, allo Stork, per una superfortunata coincidenza avevo lo stesso impianto della Baia, piatti Thorens, ampli e mix FDF, tutto uguale, in miniatura, la mia felicità. Eravamo pure riusciti a trovare buona parte dei dischi, ci arrivavano d’importazione (oggi non esiste più) e così, nel mio piccolo, imitavo i grandi Bob e Tom, copiando pari pari le loro cassette. 

Una sera, mentre ero concentrato nell’allenamento, arrivano proprio loro, e dopo un po’ vedo Tom che viene davanti ai piatti e mi dice: “Bravissimo, il miglior disc jockey italiano”. Io, capirai, quasi mi metto a piangere, pur sapendo che stavo solo ricopiando quella cassetta della Baia. Che probabilmente, dallo stile, era pure la sua.